L’INDIVIDUAZIONE
Chi siamo?
Siamo delle fotocopie dei nostri genitori?
Siamo dei bambini impauriti il cui equilibrio e serenità dipendono dall’approvazione/affetto dei genitori?
Riusciamo ad accettare serenamente e come una cosa naturale che i nostri familiari non condividano il nostro modo di essere, di fare e di pensare?
Quanto siamo riusciti ad individuarci, differenziandoci dalla nostra famiglia di origine e diventando quegli individui unici che siamo destinati ad essere?
Il primo a parlare di INDIVIDUAZIONE è stato Carl Gustav Jung, che lo ha definito un processo psichico inconscio che dura tutta la vita.
Murray Bowen, poi, ci ha dato un grosso contributo sull’argomento con la sua indagine sulla trasmissione da parte dei genitori di diversi gradi di maturità emotiva attraverso più generazioni.
Gli ostacoli all’individuazione
Cominciamo da dove comincia la nostra vita; nella migliore delle ipotesi: in una famiglia.
La famiglia, come tutte le realtà che conosciamo, è sia una risorsa che un vincolo e questi due aspetti, purtroppo, sono sempre compresenti.

Appena nasciamo, siamo immersi in un vortice ben preciso di emozioni, che vengono comunicate attraverso i canali verbale, mimico, posturale, somatico.
E questo avviene perché la famiglia in cui nasciamo, come tutte le altre, è un sistema che ha una sua identità emotiva ben precisa, con peculiari modalità di reazioni emotive, e si comporta come se fosse un unico individuo che comprende tutti i suoi componenti in una massa indifferenziata, che tende ad annullare o ridurre al minimo le differenze tra i suoi membri.
L’intensità dell’amalgama emotivo ovviamente varia da famiglia a famiglia e in base ai momenti; infatti in periodi di particolare tensione gli scambi emotivi possono coinvolgere anche una serie di membri più periferici, mentre in periodi di calma possono rimanere contenuti solo tra alcuni membri.
Quindi la famiglia esercita sull’individuo una pressione omologante, che spinge a pensare, sentire e agire come un tutt’uno, e i figlio, a sua volta, accoglie questa pressione, spinto dal suo desiderio fusionale e dal bisogno di appartenenza.

Da ciò l’individuo sarà portato a rivivere gli schemi mentali ed emotivi, i modelli interpretativi e i miti familiari delle varie generazioni che lo hanno preceduto e oscillerà tra momenti di eccessiva vicinanza/dipendenza emotiva dalla famiglia di origine e inevitabili momenti di allontanamento o rifiuto ostile per proteggere la propria individualità e i propri confini, momenti in cui però cercherà di vivere la fusione con persone al di fuori dell’ambito familiare.
Tutto questo rende molto difficile raggiungere una totale individuazione e fa si che la vita dell’individuo sia dominata dall’emotività propria ed altrui, con conseguente ansia e disorganizzazione.
Se invece nella famiglia l’emotività e la pressione per la fusione sono poco intense, un bambino può crescere sviluppando il suo pensiero in base alle sue esperienze ed emozioni e facendo le sue scelte in modo autonomo.
Egli considererà i membri della sua famiglia come importanti persone di riferimento, ma distinte e separate e a cui non deve alcuna “fedeltà” di pensiero o di scelte. Avrà una buona tolleranza della frustrazione, sarà capace di cooperare con i suoi familiari per il benessere reciproco e mantenere con loro buoni rapporti anche nei momenti di tensione.
Quindi la famiglia dovrebbe aiutare i propri membri lungo questo percorso, ricercando un equilibrio tra appartenenza e individuazione, che consenta lo sviluppo personale.
La scala dell’individuazione
Secondo Bowen, il livello “di base” di individuazione/differenziazione, che dipende dalla differenziazione raggiunta dai nostri genitori, che a sua volta è determinata dalla differenziazione raggiunta dai loro genitori, si raggiunge nell’adolescenza e generalmente rimane stabile per tutta la vita, a meno che, vivendo ovviamente in modo indipendente dalla propria famiglia di origine, non intervengano esperienze particolari o un lavoro su di sé.
Quindi il grado di individuazione varia da persona a persona e ne determina il modo di sentire e di agire.

Sempre secondo Bowen, il livello più basso di differenziazione comprende le persone che crescono come un’appendice della massa dell’Io familiare, totalmente dominate dall’emotività e con altissimi livelli di ansia cronica e disorganizzazione.
Invece il livello più alto è rappresentato da coloro che hanno raggiunto una totale individuazione e una completa indipendenza emotiva; hanno un’ottima capacità di gestire l’emotività e di utilizzare la razionalità nelle scelte e nei rapporti con gli altri.
Agiscono senza essere influenzati dall’opinione, positiva o negativa degli altri e costruiscono le proprie opinioni su un lavoro di costante ricerca e riflessione, distinguendole da emozioni e desideri. Ascoltano e valutano i punti di vista degli altri senza reagire. Sanno assumersi la responsabilità di se stessi e nei confronti degli altri.
In mezzo a questi due estremi si collocano da un lato le persone che hanno una lieve capacità di differenziarsi e che, non riuscendo a formarsi delle opinioni proprie, si adattano facilmente all’ideologia predominante o al loro sistema emotivo e possono sostituire la dipendenza dagli altri con la dipendenza da sostanze, per tenere a bada l’ansia.
Dall’altro quelle che hanno un sistema intellettivo abbastanza sviluppato da poter gestire in qualche modo le emozioni, differenziandole dalla razionalità, il che consente loro di prendere alcune decisioni in modo autonomo. Costoro hanno una minore ansia cronica, minore reattività emotiva e sono più liberi di spostarsi tra l’intimità emotiva e l’attività diretta verso un obiettivo.
Cosa possiamo fare per individuarci e migliorare il nostro livello di indipendenza emotiva?
Attenzionare i ragionamenti emotivi
Poiché il livello di differenziazione del singolo individuo influisce fondamentalmente sulla sua capacità di distinguere tra sentimenti e pensieri, la prima cosa che possiamo fare è cercare di definire le nostre idee e convinzioni, senza confonderle con le nostre emozioni, per non cadere in ragionamenti emotivi, che annebbiano ulteriormente la nostra mente, ci buttano nel caos e ci consegnano all’ansia.
SVILUPPARE L’ OSSERVATORE
L’osservatore è la parte di noi capace di osservare ciò che succede intorno a noi e dentro di noi, la parte che può notare ogni cosa che sentiamo o pensiamo; è il luogo dal quale possiamo osservare la nostra esperienza, la parte giocata da noi nelle diverse situazioni, senza essere coinvolti e senza permettere che i pensieri e i sentimenti controllino le nostre azioni.Lo sviluppo di questa parte richiede molto allenamento.
Sviluppare accettazione-neutralità
Quando osserviamo i nostri pensieri e le nostre emozioni, dobbiamo entrare in contatto con loro in modo pieno e accettarli così come sono, perché, se proviamo a controllare o evitare le emozioni, è molto probabile che aumentino di intensità e ci causino più difficoltà. Quindi accettazione significa convivere con ciò che é, senza cercare di cambiarlo.
Ridurre la dipendenza emotiva dagli altri

Quando saremo diventati capaci di osservare, accettare e distinguere i nostri pensieri dalle nostre emozioni, possiamo provare a rendere il nostro funzionamento meno dipendente dal sostegno e dall’accettazione degli altri. Quando facciamo delle scelte in ambiti importanti, che si allontanano troppo da quelle che sono le tradizioni/aspirazioni della famiglia estesa, è molto probabile che i familiari ci disapprovino o addirittura ci rifiutino.
Tutto ciò provoca dolorosi sentimenti di solitudine e separazione; se questi sentimenti vengono tollerati e superati, rimanendo comunque in relazione con la propria famiglia, si può avere un avanzamento del proprio livello di differenziazione; ma, se la famiglia viene evitata o i rapporti interrotti, non c’è nessuna possibilità di avanzamento.
Osservare il funzionamento della propria famiglia
A questo punto possiamo incominciare ad osservare la nostra famiglia per diventare consapevoli del suo funzionamento a livello emotivo, analizzandone le credenze, i valori, i miti, le modalità comunicative, il modo in cui si cerca il consenso, i ricatti emotivi, l’ utilizzo delle emozioni per esercitare pressione.
Questo lavoro di analisi dovrebbe iniziare all’interno di rapporti a due, che consentono una più facile osservazione ed un più facile controllo della propria emotività; in un secondo momento si può passare a relazionarsi con tutti i membri, senza schierarsi e senza attaccare nessuno, cercando di restare neutrali. Questo permetterà di avere una visione sempre più chiara delle dinamiche familiari, ma senza rimanerne invischiati.


Completo, chiaro e con utili consigli.
Grazie, Fiorella.