3 STORIE DI ORDINARIO NARCISISMO
1.Una Storia di Amore e Svuotamento
Marco si guardò allo specchio dell’ascensore, si tirò giù la maglietta, raddrizzò le spalle. «Dai, ce la puoi fare», mormorò a se stesso. Non era la prima volta che si preparava mentalmente per una seduta dalla terapeuta, ma quel giorno l’ansia era un groppo in gola che non riusciva a ingoiare.
Il Sole Artificiale
Tutto era iniziato come una fiaba. Laura, l’aveva conosciuta ad un corso di fotografia: sicura, carismatica, con un sorriso che sembrava illuminare la stanza; in due settimane, Marco si era sentito il centro del suo universo.
“Sei incredibile, Marco”, gli sussurrava guardando le sue foto, anche quelle che lui considerava mediocri. “Nessuno sa usare la luce come te. Sei un artista nascosto.”
Le attenzioni erano costanti, totali: messaggi dolci al mattino, cene a lume di candela dove Laura ascoltava ogni sua parola come fosse l’unica cosa importante al mondo e poi lei “rispecchiava” tutti i suoi sogni: voleva viaggiare dove voleva lui, amava la stessa musica, condivideva le sue insicurezze con una complicità che lo faceva sentire finalmente compreso. Marco, timido e un po’ insicuro, si sentiva finalmente vivo sotto quel sole artificiale.
L’Eclissi
Il cambiamento fu lento, quasi impercettibile; il primo segnale fu durante una cena con gli amici di Marco. Lui, felice, raccontò di una piccola promozione ottenuta al lavoro, ma, invece di festeggiare con lui, Laura scivolò in un silenzio gelido. In macchina poi gli disse: “Mi fa piacere per te, certo; però sai, nella mia azienda quello sarebbe considerato il minimo sindacale. Dovresti ambire a più, tesoro… e con me al tuo fianco, potresti.”
Fu un episodio, ma poi divenne un mantra.
L’Approvvigionamento emotivo

Laura aveva sempre bisogno di essere emotivamente rifornita.
Se Marco era stanco e non ascoltava con forte entusiasmo i suoi piani per il weekend, diventava triste e distante. “Non ti interessa la mia felicità?”, chiedeva.Marco si affrettava a scusarsi, a fare regali, a dedicarle attenzione totale: la sua autostima sembrava una batteria che solo lui poteva ricaricare e le sue lodi erano il suo carburante preferito: “Dimmi che sono la donna più bella che conosci, che senza di me saresti perso”. E lui lo faceva, sperando di riaccendere il sole di un tempo.
La Svalutazione
Ma il carburante, una volta dato, perdeva subito valore. I suoi successi venivano sminuiti (“Hai finito quel progetto? Bene, anche se potevi farlo in metà tempo”). I suoi gusti, un tempo adorati, diventavano bersagli (“Ascolti ancora quella musica? È un po’ da adolescenti, no?”). E poi Laura usava il vittimismo come arma perfetta: se lui provava a dire: “Quella tua osservazione mi ha fatto male”, lei si chiudeva a riccio: “Io non posso mai dire nulla! Sei troppo sensibile. Io sto solo cercando di aiutarti a crescere. Mi fai sentire un mostro.” E così Marco finiva per consolare lei, chiedendo scusa per essersi sentito ferito.
Il Campo Minato
Piano piano il loro rapporto era diventato un campo minato… Meglio non parlare del proprio lavoro, per non innescare la sua competitività. Meglio non esprimere un’opinione diversa, per non subire il suo silenzio. Meglio annullare una serata con gli amici, per non dover gestire il suo broncio successivo. Marco si sentiva sempre in difetto, confuso, come se la persona sicura di sé che aveva intravisto sotto il sole artificiale non fosse mai esistita. Si guardava allo specchio e vedeva un’ombra della persona che era stato.
La Seduta
“Dottoressa, non riconosco più questa donna e non riconosco più me stesso”, disse Marco, le mani che tremavano leggermente. “È come se mi avesse divorato. All’inizio mi amava per quello che ero; adesso, qualsiasi cosa io faccia, non è mai abbastanza. E se provo a parlargliene, sono io il problema, sono io che non la capisco, che non la supporto. Mi sento… confuso, svuotato.”
La dottoressa annuì, con un cenno del capo. “Marco, purtroppo Laura non ti vede come una persona, ma come una fonte di nutrimento per la sua fragile autostima. Nella fase iniziale, ti ha idealizzato per legarti a sé; ora che il legame c’è, passa alla fase di svalutazione: sminuirti le serve a sentirsi superiore e a mantenere il controllo. Tu, nel tentativo disperato di riconquistare il “sole” di prima, continui a fornire attenzioni e scuse, che sono esattamente ciò di cui lei si nutre, è un ciclo; tu ti svuoti, lei si ricarica. Marco rimase in silenzio, mentre quelle parole risuonavano nella stanza. Per la prima volta, il labirinto in cui si era perso aveva un nome e conoscerlo era il primo passo per trovare l’uscita.
2. Il Merito è un’Illusione
Luca bevve in piedi il suo primo caffè della mattina, guardando dal vetro dell’ufficio il grigio di Milano che si risvegliava. Sapeva già come sarebbe andata la giornata. Una lunga, lenta immersione in acque tossiche.
Il Nuovo Arrivo: L’Aura della Grandiosità
Quando era arrivato, Adriano, il nuovo direttore del reparto marketing, aveva portato con sé un’ondata di elettricità: ex dirigente di una multinazionale, parlava di “visione”, “ innovazione” con una sicurezza che incantava tutti. Nei primi giorni, aveva tenuto riunioni motivazionali, promettendo crescita, visibilità e bonus stellari per chi avesse “visto in grande come lui” e Luca si era lasciato contagiare dall’entusiasmo: forse, finalmente, era arrivato un vero leader.
Il Sistema: Favoriti, Sfruttati e Scartati
Ma la realtà emerse a pezzi, come un mosaico di disagio. Il “capo” aveva immediatamente individuato i suoi “cavalieri”: giovani ambiziosi o colleghi più insicuri, che ammiravano senza riserve la sua aura; li colmava di attenzioni, li portava a pranzi importanti, faceva loro intravedere promozioni. Marta, una neolaureata talentuosa, era diventata la sua “protetta”; le affidava i progetti più complessi, dicendole: “Solo tu puoi farlo, é un’opportunità unica per te”, e lei lavorava anche di notte e nei weekend.
Poi, arrivata la presentazione al consiglio, Adriano prendeva il lavoro di Marta, lo impacchettava con due sue slide introduttive e lo vendeva come frutto della “sua direzione strategica”, prendendosi tutti i complimenti dei vertici. A Marta, se andava bene, un cenno del capo: “Brava, hai eseguito bene le indicazioni”. Il senso del diritto di Adriano era assoluto: le idee degli altri erano “spunti” che lui “elevava”, i suoi errori di valutazione “imprevisti del mercato” o “mancanze del team nell’esecuzione”.
La Macchina dello Svuotamento
Luca lo capì sulla sua pelle. Gli era stato affidato un progetto urgente per un cliente importante: una settimana di lavoro massacrante, soluzioni creative trovate per problemi logistici gravi e alla riunione di chiusura con il cliente, Adriano elencò per venti dei trenta minuti, le “sue” strategie risolutive. Il cliente, soddisfatto, gli strinse la mano. Luca era un fantasma.
Quando, due giorni dopo, un font sbagliato in una presentazione interna effettuata da Luca fece infuriare un vicepresidente, Adriano non ebbe esitazioni, convocò Luca e, davanti a due colleghi, tuonò: “La mancanza di cura nei dettagli mina la credibilità di tutto il reparto. Una leggerezza imperdonabile, Luca. Dobbiamo rimetterci la faccia io e il team per le tue distrazioni”. Non importava che la presentazione fosse stata assemblata in mezz’ora su sua richiesta… Adriano si era già ritratto come il paladino della qualità, costretto a coprire le falle dei sottoposti.
L’Ambiente Tossico
L’ufficio era diventato un luogo di sussurri e sguardi bassi. Si lavorava non per fare un buon lavoro, ma per evitare la prossima umiliazione pubblica, per non diventare il bersaglio della prossima riunione. I favoriti di un mese venivano bruciati e scartati il mese dopo, sostituiti da nuovi ignari entusiasti. Il morale era a terra e la produttività solo apparente. Si producevano montagne di slide e report per “mostrarsi” ad Adriano, non per far crescere l’azienda. Le idee innovative morivano, perché non c’era spazio per nulla che non portasse il suo nome in prima pagina.
La Goccia
La goccia finale arrivò un martedì piovoso. Luca aveva passato il weekend a sviluppare un’analisi di mercato complessa, che Adriano gli aveva richiesto per una decisione strategica. Gliel’aveva inviata. Nulla. Due giorni dopo, in una riunione con la direzione generale, Adriano espose una strategia. Era l’analisi di Luca, parola per parola, grafico per grafico. Conclusa l’esposizione, il direttore annuì, colpito: “Bellissima analisi, Adriano. Profonda, visionaria. Questo è il valore che porti”.

Luca rimase immobile. Guardò Adriano, che accettava i complimenti con un modesto cenno e, in quel momento, vide tutto con chiarezza: lui, Marta, tutti gli altri non erano dipendenti, erano organi di approvvigionamento, fornivano sudore, idee, neuroni, per alimentare l’immagine grandiosa di Adriano, e, quando erano svuotati, o osavano lamentarsi, venivano etichettati come “poco resilienti”, “non all’altezza”.
Uscito dalla riunione, Luca andò direttamente in bagno, si guardò allo specchio: vide occhiaie profonde e una stanchezza che andava oltre il fisico, una stanchezza dell’anima, ma negli occhi, per la prima volta dopo mesi, non c’era più confusione, c’era consapevolezza: conosceva il mostro e sapeva che il mostro non sarebbe cambiato, sapeva che l’unica decisione strategica rimasta, era togliere sé stesso dalla sua macchina di approvvigionamento.
Quella sera iniziò ad aggiornare il suo curriculum. l’entusiasmo che Adriano aveva ucciso, stava per tornare, silenziosamente, tutto concentrato in una sola missione: trovare un luogo dove il merito non fosse un’illusione rubata, ma un riconoscimento condiviso, dove un’idea potesse ancora avere il nome di chi l’aveva partorita.
3. Figli e Ruoli
La casa di Sofia era silenziosa. Ad attenderla sul tavolo della cucina, oltre al solito tè freddo, c’era la scatola. Una semplice scatola di cartone che sua madre le aveva consegnato con un gesto frettoloso. “Roba vecchia della tua infanzia, svuotala, fa disordine.”
Sofia la guardò perplessa. Non c’era niente di pericoloso lì dentro, solo foto, disegni, diplomi. Eppure, aprirla le sembrava un atto di profanazione: dentro quella scatola non c’erano solo ricordi, c’erano emozioni.
L’Infanzia
Suo padre, Andrea, era stato una presenza solare e opprimente. Uomo brillante e insoddisfatto, vedeva nel mondo – e nella sua famiglia – un materiale grezzo da plasmare secondo la sua superiore visione, e Sofia era stata, fin da piccola, il suo “capolavoro incompiuto”, non una figlia, ma un’estensione di sé. “La mia bambina è la prima della classe! Il sangue non mente”, annunciava agli amici, stringendole forte una spalla. Il merito non era mai il suo studio, ma i suoi fallimenti, invece, erano interamente suoi. Un sei in matematica? “Come fai a essere figlia mia? Non ti impegni, sei svogliata. Mi fai fare brutta figura.”
Le emozioni di Sofia poi -le sue paure, le sue delusioni – si infrangevano contro un muro di assenza. “Non essere debole”sentenziava. La sua a tristezza era un fastidio, la sua gioia spontanea era sconsiderata, solo l’emozione che rifletteva positivamente su di lui era ammessa: l’orgoglio per un voto, l’ammirazione per lui.

Suo fratello minore, Leo, occupava l’altro polo del sistema. Era il “capro espiatorio”. Più creativo che studioso, sensibile, incline a sognare a occhi aperti, per il padre era un enigma irritante, una macchia sul quadro perfetto; la sua passione per il disegno era “perdita di tempo”, i suoi modi gentili erano “mancanza di carattere”, ogni suo errore veniva ingigantito e diventava un disonore della famiglia. “Guarda come si comporta tuo figlio, e la colpa è tua, perché gli dai troppe attenzioni”, diceva spesso alla moglie, scaricando su Leo le sue tensioni. E Leo, convinto di essere intrinsecamente sbagliato, cresceva in ombra.
Le Ferite
Ora, a trentacinque anni, Sofia era una professionista di successo, ma portava dentro due vite parallele. Una, pubblica: impeccabile, efficiente, ipercritica verso sé stessa, anche se sempre sul punto di crollare se non fosse stata perfetta, perché la perfezione era l’unico modo per sentirsi, forse, degna di esistere. L’altra, privata: un deserto emotivo, faticava a riconoscere i propri desideri, si sentiva a disagio con l’intimità e si ritrovava, senza capire perché, attratta da uomini carismatici e distanti, che, come suo padre, promettevano luce e distribuivano ombre.
Leo, invece, lottava contro l’ansia sociale e una cronica sensazione di essere “in difetto”; Abbandonata l’università, passava da un lavoro sottopagato all’altro, terrorizzato dall’idea di competere e di esporsi al giudizio. Era cresciuto credendosi il problema e agiva di conseguenza.
La Scatola
Sofia fece un respiro e aprì il coperchio. In cima c’era una foto della sua laurea: lei, rigida con un sorriso teso e accanto a lei, Andrea, che, col petto in fuori, la guardava come un trofeo. Sotto la foto, un suo tema delle elementari: “Cosa farò da grande”. Aveva scritto: “Farò la dottoressa per curare le persone e far felice il papà”. Poi, trovò un foglietto scarabocchiato, un disegno di Leo, di quando aveva forse sette anni. C’era una casetta, il sole, quattro figure e quella maschile più grande era disegnata con una matita nera, pesantissima e le linee che la univano alle altre tre figure più piccole non erano abbracci, ma sembravano catene, o fili di un burattinaio.
Leo era entrato in cucina in silenzio. La vide con il disegno in mano “L’ho fatto dopo che mi aveva urlato perché avevo rotto un vaso”, disse, la voce calma ma piena di rassegnazione. “Anche da piccolo sapevo che eravamo… marionette.”
Sofia alzò lo sguardo verso il fratello. Videro due bambini in un corridoio: lei, costretta a ballare sotto i riflettori; lui, rannicchiato in un angolo, punito per non conoscere la coreografia.
“Non eri tu il problema, Leo”, disse Sofia, “e io non ero speciale, eravamo solo… ruoli, in una commedia che lui ha scritto: il Figlio Dorato, splendente riflesso della grandiosità genitoriale e il Capro Espiatorio, contenitore di tutte le colpe e le debolezze che il genitore non poteva permettersi di riconoscere in sé”.

Articolo interessante!