autoriflessione e cambiamento

La capacità di riflettere sui nostri pensieri, sentimenti e motivazioni, e di gestire gli impulsi, migliora la comprensione di noi stessi e degli altri, e ci aiuta a evitare molte situazioni problematiche.
Tuttavia, l’autoriflessione non è un’abilità scontata. Molte persone affrontano la vita senza la capacità di osservare ciò che provano o pensano, senza sapersi fermare a ragionare o cambiare direzione quando sarebbe necessario.
Questo può condurre a un ciclo ripetitivo di azioni e reazioni disfunzionali, con conseguenze anche gravi.
Da dove nasce questa carenza? Ovviamente non dipende da mancanza di volontà o colpa, perché la capacità di riflettere su se stessi si sviluppa, in misura maggiore o minore, all’interno delle nostre prime relazioni di attaccamento.
Come si sviluppa la capacità riflessiva
Consideriamo, ad esempio, la relazione tra un neonato e un genitore dotato di buona capacità di autoanalisi, empatia e comprensione dei bisogni emotivi del bambino.

In questo contesto, il neonato sviluppa naturalmente un attaccamento sicuro. Infatti, poiché il genitore risponde al pianto del figlio con empatia, ne rispecchia i sentimenti, lo rassicura e soddisfa i suoi bisogni, il piccolo impara a fidarsi e comprende che le proprie emozioni e i propri bisogni sono naturali, legittimi e accettabili.
Con la crescita e lo sviluppo del linguaggio, il genitore continuerà a rispecchiare e a dare significato alle esperienze interiori del figlio, fornendogli parole e strumenti per comprendere ciò che sente.
In questo modo, il bambino impara non solo a dare un senso ai propri pensieri e sentimenti, ma anche a comprendere quelli degli altri.
Diventato adulto, sarà capace di autoriflessione senza giudizio o vergogna. Con relativa facilità, potrà riconoscere e correggere i propri errori, affrontare situazioni emotivamente difficili, prendere decisioni ponderate, affidarsi agli altri quando necessario e risolvere i problemi con efficacia.
Quando l’attaccamento è insicuro
Diversa è la situazione di un bambino cresciuto con un genitore che presenta un attaccamento insicuro e scarsa capacità riflessiva. In questi casi, il genitore fatica a comprendere lo stato emotivo del bambino e reagisce in modo impulsivo ai suoi bisogni, senza riflettere.
Può, ad esempio, interpretare il pianto del neonato come un segno di eccessiva dipendenza (“Mio figlio è troppo bisognoso”) o di rabbia (“È arrabbiato con me”), senza considerare altre possibilità. Queste convinzioni portano il genitore a distaccarsi, a reagire con frustrazione o a fornire risposte inadeguate, interrompendo la sintonizzazione emotiva col figlio.
In una relazione di questo tipo, il bambino non trova un adulto che lo aiuti a comprendere ed accettare ciò che prova. Di conseguenza, può sviluppare ansia o vergogna per i propri sentimenti e bisogni.
Da adulto, potrebbe non riuscire a dare un senso alle proprie emozioni, né a gestirle in modo efficace. Tenderà ad evitare l’autoanalisi, a non affrontare i problemi e a non fidarsi degli altri. Le sue reazioni saranno tendenzialmente automatiche e impulsive, basate su supposizioni errate e su strategie disfunzionali che offrono solo un sollievo momentaneo.
Il ruolo del trauma di attaccamento
Se, oltre a un attaccamento insicuro, il bambino sperimenta anche un trauma — come abusi, trascuratezza, perdita di un genitore o comportamenti spaventosi da parte del caregiver — il suo sistema emotivo può essere gravemente compromesso, perché
il trauma sopraffà la capacità del cervello di elaborare e integrare gli eventi, che restano “immagazzinati” in forma disadattiva. Così, percezioni, emozioni e immagini legate all’esperienza traumatica possono essere facilmente riattivate da eventi quotidiani.
In età adulta, ciò può manifestarsi con sintomi di stress post-traumatico, depressione o ansia, accompagnati da comportamenti di compensazione che procurano un sollievo a breve termine: abbuffate, abuso di sostanze, alcol, fumo o altri comportamenti compulsivi.
Tali modalità reattive e disadattive possono condurre a conflitti familiari, problemi relazionali e, nel tempo, anche a disturbi fisici e di salute mentale.
Il ruolo della terapia psicologica
Le esperienze infantili disfunzionali possono rendere difficile il percorso terapeutico. La ridotta capacità di autoriflessione, la sfiducia e la reattività emotiva diventano barriere al processo di cambiamento.
La sfiducia appresa può mantenere la persona in uno stato di vigilanza costante, portandola a chiudersi, difendersi o evitare il contatto con le proprie emozioni per paura o vergogna.
Il dolore accumulato per essersi sentita non amata o insignificante può favorire un’intensa espressione di bisogni e sentimenti non regolati.
In questi casi, la persona può avere difficoltà ad affrontare il proprio passato e parlare di esperienze traumatiche può innescare meccanismi di dissociazione: un modo automatico, appreso fin dall’infanzia, di “scomparire” emotivamente quando la paura diventa insostenibile.

Il compito del terapeuta sarà quello di offrire empatia, sintonizzazione e rispecchiamento, fornendo, come ci ha insegnato Donald Winnicott un ambiente di contenimento sicuro — uno spazio relazionale in cui la persona può, gradualmente, costruire la fiducia, integrare le esperienze passate e imparare a osservarsi, riflettere, tollerare i propri stati emotivi e sviluppare strategie per affrontare le difficoltà in modo più funzionale al proprio benessere psicologico.

…che grande responsabilità essere genitori !
Enorme.