Il FALSO Sé
Quando nasciamo non siamo “tabula rasa”, ma esseri con tante potenzialità che attendono di potersi esprimere pienamente.
Per Jung abbiamo un nucleo originario inconscio, che racchiude tutte nostre potenzialità, il nostro vero Sé, che durante tutta la vita inconsciamente ci sollecita a renderlo manifesto, attraverso le nostre scelte, le nostre azioni; quindi il nostro compito sarebbe diventare quello che già siamo…
Come costruiamo il falso Sé
Purtroppo, però, spesso ci ritroviamo in un ambiente che, non solo non agevola questa manifestazione, ma la contrasta e a volte anche con molta forza.
Nasciamo in una famiglia spesso piena di aspettative e fantasie su di noi, positive o negative, che ci accompagnano a volte fin dal concepimento; quindi… come non esserne condizionati? E a volte, l’ ”amore pieno di aspettative” ci condiziona molto più della trascuratezza o della mancanza di amore.
Se i genitori si prendono cura di te, ti approvano, e poi ti guardano in modo strano quando incominci a manifestare la tua individualità, come se non ti riconoscessero più, non puoi deluderli, quindi devi fare in modo che continuino ad approvarti e, più ti approvano, più senti il bisogno di non perdere quell’approvazione che ti fa stare bene e che magari è l’unica forma di amore che conosci.
A questo punto il tuo inconscio ti viene in aiuto, iniziando a costruirti una solida difesa: il falso Sé. Perché, per mantenere quell’approvazione per te vitale, DEVI NECESSARIAMENTE RISPONDERE ALLE LORO ASPETTATIVE e ai loro valori, e il falso Sé ti proteggerà…

Come? Basta interrompere il contatto con le proprie emozioni, con i propri desideri, con i propri sogni, a tal punto che puoi fare o dire qualsiasi cosa, come un attore, che si adatta al copione che deve recitare in base alle circostanze; e il copione è già pronto, l’hanno scritto per te loro, le persone che ti “amano”.
Se invece non hai la fortuna di nascere in una famiglia “mediocremente serena”, ma ti ritrovi in una famiglia in cui il conflitto aperto è la normale modalità comunicativa e la parola “amore”solo una risibile sdolcinatura, il tuo bisogno di difenderti dal caos emotivo in cui ti senti immerso ti può portare a rifugiarti in un mondo senza pensieri e senza parole, dove il vuoto attonito offre una pausa ristoratrice.
Anche in questo caso interrompi i contatti e incominci a recitare il copione più adeguato per adattarti alla situazione, e sarà sempre lui a pensarci, il falso Sé.
E questa “meravigliosa” costruzione avrà emozioni, pensieri, posture, voce, atteggiamenti, modalità comunicative utili a dare al mondo l’immagine di noi che pensiamo sia più adeguata per ottenere ciò che vogliamo: accettazione, protezione, amore.

Ma alla fine, senza che ce ne rendiamo conto, ci ritroviamo pienamente identificati con questo meraviglioso falso sé, fino al punto da percepire noi stessi e il mondo attraverso le lenti che lui ci offre.
Così, come un attore, che fonda la sua sicurezza sul copione che ha ben memorizzato e che non lo espone all’ansia dell’improvvisazione, ci sentiamo protetti da un mondo che ci evocherà sempre la frustrazione ricevuta nella nostra prima infanzia; ci sentiamo protetti dal rifiuto, dalla perdita, dal biasimo, dalla critica, dalla solitudine, dall’aggressività di un mondo imprevedibile e poco affidabile, che aprioristicamente consideriamo rifiutante e in continua competizione con noi.
E il vero sé?
Se siamo un po’ fortunati, riusciremo a mantenere delle parti marginali di noi stessi non soggette alla tirannica protezione del falso Sè, aree in cui potremo sentire la voce del nostro vero Sé e quindi sentirci a volte autentici.
Ma, quando l’invasione del falso sé è pervasiva, la sensazione è quella di non vivere una vita propria, come se tutto ciò che facciamo o diciamo non ci appartenesse, perché non tocca il nostro cuore, ci lascia indifferenti e con un senso di estraneità nei confronti di noi stessi e degli altri, che ci condanna alla solitudine, alla tristezza, alla depressione.

Neppure il raggiungimento delle mete più universalmente acclamate o l’amore degli altri potranno avere per noi valore, perché inconsciamente sentiamo che quelle conquiste, quell’amore non riguardano noi, ma quell’alter ego che abbiamo costruito.
Così sperimenteremo sempre un malessere più o meno sotterraneo che non riusciremo mai a decifrare, perché del nostro vero Sé, che rimarrà al livello inconscio, percepiremo solo dei segnali legati ad eventuali sintomi.
Rinunceremo quindi all’amore e apprezzamento per noi stessi, visto che il nostro nucleo resta a noi stessi inespresso e sconosciuto;
Rinunceremo alle relazioni profonde, perché il nostro falso sé ci permetterà di esprimere solo emozioni difensive; avendo sempre paura di essere feriti, nasconderemo la nostra parte fragile e non permetteremo a nessuno di amarla;
Rinunceremo alla nostra creatività, perché, se c’è un copione da recitare, non possiamo essere creativi, e non possiamo rischiare di sbagliare. Quindi, anziché vivere i nostri ruoli lavorativi e familiari fortemente improntati della nostra unicità e creatività, ripercorreremo sempre gli stessi sentieri, sempre con le stesse modalità.
Possiamo riappropriarci del nostro vero Sé?
Sicuramente la strada esiste, anche se richiede impegno, tempo e dedizione.
Ma questo lo vedremo nel prossimo articolo. Per ora voglio lasciarvi con questa frase di Donald Winnicott “E’ solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé.”
