Chi ha paura della psicoterapia?

In molte parti del nord Europa  e negli Stati Uniti, già da parecchi anni, avere uno “strizzacervelli” è considerato normale e parte di uno stile di vita orientato a gestire lo stress quotidiano  e ad accrescere la propria resilienza emotiva.

Al contrario, in Italia, rivolgersi ad uno psicologo  è  ancora spesso un fatto di cui vergognarsi e da nascondere per la paura di essere giudicati malati o addirittura folli. 

Comunque rimane  come l’ultima risorsa, quando i problemi diventano gravemente ingestibili.

 Ovviamente in tutto questo il nostro sistema sanitario  non aiuta: l’accesso ai servizi di salute mentale può essere complicato e l’informazione e l’educazione psicologica è carente,  il che incrementa la visione della psicoterapia come un intervento riservato a disturbi particolarmente debilitanti, piuttosto che come una forma di crescita personale. 

Ma come possiamo definire un problema psicologico?

Penso che ciò che ci ha particolarmente danneggiato è stata l’assunzione del modello medico.

Già il termine psico-terapia, da esso mutuato, fa pensare alla malattia. Freud, nonostante fosse un medico, utilizzò per la sua pratica il termine, a mio avviso molto più adeguato, di psicanalisi, termine che purtroppo oggi è strettamente riservato ai seguaci della scuola freudiana e a noi è rimasto quello generico di psicoterapia.

Ma  i problemi psicologici non sono una  “malattia”, perché sono inscindibili dalla esperienza umana e in particolare dalle relazioni e quindi  sono universali.

Già più di 50 anni fa, lo psicologo Albert Bandura definiva i problemi psicologici come aspetti del nostro comportamento,  cioè modi di pensare, percepire, sentire e agire, che ci causano angoscia o interferiscono con il nostro funzionamento in aree importanti della nostra vita.

I problemi psicologici nascono nelle relazioni, perché il comportamento disfunzionale è sì influenzato da fattori genetici, ma si struttura nel tempo come un meccanismo di difesa inconscio nei confronti dell’ambiente che può essere più o meno accogliente e supportivo.

Da ciò deriva che due persone con le stesse caratteristiche psicologiche possono differire notevolmente nel loro disagio se vivono in ambienti diversi che variano nella misura in cui promuovono e supportano il comportamento funzionale. 

 Universalità dei problemi psicologici

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Studi recenti hanno rivelato che i problemi psicologici sono molto più comuni nella popolazione di quanto si pensi. 

A partire dagli anni Novanta sono stati effettuati studi epidemiologici su larga scala in tutto il mondo che  hanno evidenziato  tassi molto più alti di quanto ci si aspettasse dell’intera gamma di problemi psicologici associati a disagio e funzionamento compromesso  in aree importanti della vita (come attacchi di panico, episodi di depressione, voglie incontrollabili di alcol, allucinazioni ecc. ). 

Studi longitudinali ci dicono  anche che l’80% delle persone nella popolazione generale ha vissuto almeno un disturbo psicologico almeno una volta durante i 12-30 anni in cui sono state studiate.  

Poiché in questi studi longitudinali non sono stati valutati tutti i tipi di problemi psicologici, possiamo anche affermare che l’ordinarietà dei problemi psicologici è stata sottostimata. 

Cosa c’è di anormale in tutto questo?

Come afferma  lo psicologo Benjamin Lahey, abbiamo nascosto la natura comune dei problemi psicologici a noi stessi per paura di essere stigmatizzati.

Quindi possiamo affermare che  tutti noi sperimenteremo problemi psicologici a un certo punto della nostra vita e che l’esperienza di avere problemi psicologici che sono abbastanza seri da provocare angoscia e da interferire con le nostre vite è una cosa abbastanza ordinaria.

E, proprio perché le problematiche psicologiche sono universali, lo psicologo può capire ed accogliere l’altro così come capisce ed accoglie se stesso

Inoltre tutto questo è una questione di grado di intensità e frequenza

Ovviamente non esiste una soglia naturale tra un comportamento funzionale e non funzionale, perché i disagi psicologici  sono su un continuum e la percezione della funzionalità/disfunzionalità è soggettiva.

Ad esempio, l’ansia l’irritabilità, l’umore depresso o il comportamento impulsivo  non sono “presenti” o “assenti”, ma esistono su un continuum dal più lieve/raro al più forte/ frequente, per cui non si tratta semplicemente di avere “un disturbo” ma di “sentire” quanto quell’aspetto del nostro comportamento interferisce con l’idea che noi abbiamo del nostro benessere.

Questo permette di intervenire quando i sintomi sono ancora lievi o moderati, riducendo il rischio di sviluppare problemi più gravi e cronici e di modulare il trattamento in base alla loro evoluzione, adattandosi alle necessità della persona in ogni fase del percorso.

Ad esempio, una persona con lieve ansia potrebbe beneficiare di interventi poco intensivi, come tecniche di rilassamento o terapia cognitivo-comportamentale a breve termine. Al contrario, una persona con ansia grave potrebbe richiedere un trattamento più intensivo, che includa una combinazione di terapia psicologica e farmacologica. 

Anche se  fortunatamente le generazioni più giovani, influenzate dai social, mostrano un’apertura crescente verso la psicoterapia come strumento di crescita personale, la nostra speranza è che si diffonda sempre più una cultura che veda l’intervento psicologico come promotore del benessere  dell’individuo e preveda un’ educazione emotiva, a partire  dalle scuole primarie, come mezzo  di promozione  e sviluppo di un rapporto sempre più sereno e funzionale con se stessi e con gli altri.

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