La nostra prigione comune
In quale mondo viviamo? Ci siamo chiusi in un mondo che è stato abilmente costruito nei millenni, pietra su pietra come una torre, che da un lato ci fa sentire al sicuro e dall’altro ci imprigiona, riducendo piano piano la nostra energia vitale fino a renderla talmente flebile che basta appena per sopravvivere. La cosa che ha permesso tutto questo è credere che questa torre abbia una sua realtà concreta, mentre invece è solo un’ immagine mentale, una forma pensiero, come direbbero i teosofi, che abita solo nella nostra mente.
Questa costruzione sicuramente ha un’ utilità, perché ci dà degli schemi che dovrebbero permetterci di gestire meglio le nostre attività e la nostra energia, se però tenessimo sempre presente che è solo uno schema, da usare solo se e quando ci serve.
Ma qual’è la realtà che cerchiamo di nascondere a noi stessi dando una realtà concreta a questa meravigliosa costruzione?
La realtà che facciamo di tutto per dimenticare è la nostra condizione naturale: viviamo su un piccolo pianeta che fa parte di un immenso e sconosciuto universo; il nostro pianeta gira intorno ad una stella e ogni volta che compie un giro completo rispetto ad un punto x , da noi arbitrariamente fissato, diciamo che è passato un anno.
Ancora un’altra realtà naturale innegabile è che siamo gli esseri più strani di questo pianeta: abbiamo un corpo come tutti gli altri abitanti, che chiamiamo animali, ma abbiamo anche un quid, che ci suggerisce che siamo molto di più, perché creiamo, trasformiamo, vogliamo conoscere sempre di più, andare oltre, sempre oltre.
E tutto questo, che, anche se abbastanza complesso, tuttavia potrebbe essere vissuto in armonia, come riescono a farlo un gatto o un cane che seguono la loro natura, viene ulteriormente complicato da quella meravigliosa costruzione, che chiamiamo “cultura”, che il più delle volte, anziché essere uno strumento, diventa una prigione, fatta di doveri, divieti, aspettative, con cui riusciamo a torturarci e a toglierci la gioia di vivere.
La corazza e il carattere
A ciò si aggiunge che questa struttura la facciamo talmente nostra che diventa una seconda natura, a tal punto da invadere non solo il nostro cervello, ma anche il nostro corpo, trasformandosi, tramite l’irrigidimento dei muscoli, in una specie di corazza, che, in base alle sue caratteristiche, ci costringe a comportarci in un dato modo e a pensare di conseguenza, per giustificare il nostro comportamento.
Questa armatura, poi noi, con un bell’eufemismo, la chiamiamo “carattere”. Inoltre, siccome siamo abituati a considerare realtà concrete le parole che creiamo, anche alla parola carattere attribuiamo una realtà ontologica, come se fosse la nostra natura autentica e non solo un insieme di blocchi muscolari/mentali creato inconsciamente piano piano negli anni, che dovrebbe difenderci dal dolore emotivo, ma che di fatto diventa la nostra prigione personale all’interno della prigione comune.
Il primo a parlare di corazza caratteriale è stato William Reich.

Egli intuì che il nostro corpo contiene la memoria della nostra storia, dei nostri traumi e delle nostre credenze, perché ogni emozione dolorosa viene registrata nella muscolatura e negli organi, creando contrazioni croniche e blocchi dell’energia vitale, che poi determinano un certo modo di respirare, di muoversi, di parlare, di pensare.
In questo modo, lentamente negli anni si struttura quello che chiamiamo carattere, che è quindi un insieme di difese, cioè di meccanismi automatici muscolari e mentali, che ci permettono di mantenere inconsci ricordi ed emozioni per noi intollerabili.
Da ciò la necessità di inserire nel percorso psicoterapeutico un lavoro sul corpo, perchè, sciogliendo determinate tensioni muscolari, possiamo diventare consapevoli delle emozioni inconsce trattenute dal corpo.

Reich, lavorando sul corpo dei suoi pazienti, scoprì che spesso dietro una gentilezza ostentata, si cela una forte aggressività, che a sua volta nasconde la paura, tutte emozioni che egli chiama “peste emozionale”, che sono determinate dalle regole sociali che negano la vita, impedendo la libera espressione del piacere e della creatività.
Infatti in “Psicologia di Massa del Fascismo” egli afferma che c’è uno stretto collegamento tra le strutture sociali e le strutture caratteriali, perché la corazza caratteriale, fondata sulla paura della vitalità, rende l’individuo incline a sottostare al potere costituito.
Alexender Lowen, fondatore della bioenergetica, svilupperà le intuizioni di Reich, legando il costituirsi di determinati blocchi muscolari ai diritti fondamentali negati nella prima infanzia: il diritto di esistere, di avere dei bisogni, di imporsi, di essere autonomo, (solo per citarne alcuni).
Per entrare in “contatto” con il nostro corpo e diventare consapevoli del modo in cui le tensioni muscolari croniche, riducendo la nostra energia, ci limitano nella motilità e nell’autoespressione, Lowen ha sviluppato una serie di esercizi che permettono di associare il lavoro sul corpo a quello sulla mente.
Gli esercizi di Bioenergetica si fondano su due capisaldi fondamentali: il Grounding e la Respirazione.
Il Grounding
“Grounding” in Bionergetica significa “capacità di stare sulle proprie gambe e a contatto con la terra”; avere “grounding” significa “avere i piedi per terra” e un buon contatto con la realtà esterna ed interna. Inoltre il “grounding” ci permette di abbassare il nostro centro di gravità. Così gli esercizi di grounding da un lato ci mettono in contatto con le gambe e le tensioni immagazzinate in loro, per poterle sciogliere, dall’altro ci aiutano a spostare il nostro centro dalla testa al basso ventre. Questo ci consente di percepire la parte inferiore del nostro corpo, sede della nostra vitalità e del nostro inconscio, cosa che aumenta il nostro senso di sicurezza.
La respirazione
Il grounding è strettamente legato alla respirazione. La respirazione, che è alla base di tutte le pratiche psicocorporee, determina il livello di energia vitale e, poiché è spesso inibita dalle tensioni muscolari che servono a non sentire i propri bisogni, a volte riattivarla può risultare difficile.
Se vogliamo entrare pienamente in contatto con noi stessi, è fondamentale divenire consapevoli del modo in cui respiriamo e dove il nostro respiro si blocca. Inoltre più si scende dentro sé stessi più la respirazione si fa profonda.
E ora proviamo a fare tre esercizi di base.
1. Respirazione addominale
Stendiamoci a terra su un tappeto con le ginocchia piegate, i piedi aderenti al suolo alla distanza di circa 40 cm. l’uno dall’altro, con le dita leggermente verso fuori. Portiamo la testa il più indietro possibile, per estendere la gola, ma senza forzare. Mettiamo entrambe le mani sul ventre in modo da poter sentire i movimenti dell’addome. Respiriamo con naturalezza muovendo l’addome, a bocca aperta o rilassata per circa un minuto.
- Sentiamo il ventre sollevarsi, a ogni inspirazione, e scendere a ogni espirazione?
- Il torace si muove in armonia con l’addome, o resta rigido?
- Sentiamo qualche costrizione alla gola?
2. Grounding in flessione

Stiamo in posizione eretta, con i piedi distanziati circa 25 cm., le punte leggermente in dentro in modo da estendere alcuni muscoli delle natiche. Flettiamo il busto in avanti fino a toccare il pavimento con le dita delle mani. Lasciamo andare la testa il più in giù possibile, le ginocchia dovrebbero essere leggermente piegate e tutto il peso del corpo deve stare sugli avampiedi.
Respiriamo con la bocca liberamente e a fondo e mentre respiriamo pieghiamo un po’ di più, lentamente, le ginocchia e poi raddrizziamole, senza mai irrigidirle. Ripetiamolo diverse volte, per far rilassare i muscoli. Manteniamo la posizione per circa un minuto.
– Attenzioniamo le vibrazioni: quando sentiamo i piedi premere sul terreno si manifestano delle vibrazioni nelle gambe che possono essere delicate o forti, in base ai diversi gradi di sentire il contatto con il terreno, che varia molto da persona a persona.
3. Grounding in posizione eretta
Stiamo in posizione eretta con i piedi paralleli distanti circa 20 cm. Il peso è sugli avampiedi, le ginocchia leggermente piegate.Ora lentamente flettiamo e poi raddrizziamo le ginocchia sei volte. Poi manteniamo la posizione per circa 30 secondi, respirando con naturalezza e lasciando muovere il ventre in fuori.
-Come sentiamo le gambe? Forti o malferme?
-Ci sentiamo insicuri su di esse?
-Percepiamo il contatto tra i nostri piedi e il terreno? Come sentiamo questo contatto?
-Come sentiamo le ginocchia? Siamo consapevoli della flessibilità che ci forniscono quando non sono tenute rigide?
Questi esercizi, se fatti bene e ripetutamente, sciogliendo alcune tensioni, possono permetterci di entrare in contatto col nostro sentire e piano piano di riappropriarci della nostra autenticità. Questo significa poter essere assertivi e orgogliosi della nostra unicità; vivere secondo la nostra natura e non come prodotti culturali, che ambiscono solo all’approvazione o al plauso degli altri, nella tristezza e nel conflitto.
“Il contatto che abbiamo con il suolo determina il nostro senso di sicurezza interiore. Se è saldo, ci sentiamo sicuri sulle gambe e abbiamo la certezza che il suolo è lì per noi. Non si tratta della forza delle gambe, ma della loro sensibilità.”(A.Lowen)



