la voce del Sé
Come fare per sapere dove andare? Quali segnali dobbiamo ascoltare? Chi può dirci quale direzione dare alla nostra vita?
Da un lato abbiamo le aspettative dei nostri genitori, il nostro bisogno di sentici come gli altri, i condizionamenti di una società che esalta il profitto e la competizione come supremi valori, tutte cose che sollecitano e nutrono il nostro Ego e il nostro bisogno di essere amati e accettati.

Dall’ altro lato abbiamo la voce flebile del nostro Sè autentico, che spesso si manifesta solo attraverso il malessere, il disagio, il vuoto, il senso di inutilità e che solo attraverso istanti di gioia e pienezza ci indica la strada, una strada difficile, perché prevede la liberazione da tutto ciò che ci è stato sovrapposto e dalle paure dell’Ego.
Le persone “fortunate” vivono questo conflitto e solo quelle ancora più fortunate riescono ad uscirne fuori, per accedere alla saggezza del nostro nucleo interiore e alla sua pienezza.
La maggior parte di noi , invece, si accontenta delle soddisfazioni effimere e bipolari dell’ego, confortandosi con la massima “la vita è così”.

Questo profondo travaglio e conflitto tra le lusinghe dell’Ego e la voce del Sè è magistralmente raccontato nel libro”La Domanda” di Irene Florio, scrittrice siciliana, (laureata in Scienze Psicologiche e Counseling per la crescita personale, insegnante di yoga e meditazione) che è riuscita a narrare in un modo leggero e scorrevole le vicende della sua vita, il cui filo conduttore è proprio la voce del Sè, che cerca di farsi sentire, nonostante il frastuono dell’Ego, e alla fine incomincia a donare la sua pienezza.
Ho trovato questo libro molto piacevole ed interessante, perché penso che ognuno di noi, che abbia accesso alla consapevolezza di sé, possa rispecchiarsi nella protagonista e trarre profitto dalle sue riflessioni.
A proposito delle riflessioni dell’autrice, vorrei proporvi un paragrafo del suddetto libro intitolato “Fame d’amore”, che penso sia una “fame” che ci riguarda tutti.
Fame d’amore
La parola amore è una della più usate ed è quella che si presta a frequenti malintesi. L’ho cercata su Google e ho trovato quasi 3 miliardi di risultati, in inglese più di 8 miliardi, ne deduco che sia una delle parole più digitate al mondo ma credo sia anche quella a cui attribuiamo i significati più disparati. L’amore si dona, si riceve, l’amore si fa. Ridiamo e piangiamo per amore. Litighiamo, mentiamo, sopportiamo, ci sacrifichiamo, facciamo tante cose in nome della parola amore. C’è chi arriva persino ad uccide per “amore”.
L’amore dovrebbe essere il nostro pane quotidiano ma non tutti siamo stati amati allo stesso modo da bambini. Ciascuno di noi cerca da adulto ciò che ha ricevuto da bambino e ha conosciuto come amore. Se abbiamo ricevuto un amore condizionato, impariamo che l’amore deve essere conquistato, non è “gratis”, è qualcosa che dobbiamo meritare di ricevere comportandoci in un certo modo. Ricordo le parole di mio padre: “ti voglio tanto bene, basta che non mi dai problemi”. E con la parola “problemi” lui intendeva qualunque bisogno che non fosse materiale. Questo nella mente mi si è impresso come: “se vuoi ricevere amore non esprimere i tuoi bisogni”. La madre della mia compagna di banco, quando veniva a prendere la figlia a scuola, le chiedeva che voto avesse preso. Se prendeva un voto alto, cosa che succedeva un giorno sì e l’altro pure, le sue parole erano “che brava, figlia mia, lo sai che quando prendi voti alti mi fai felice e ti voglio più bene”. Chissà come si è impresso questo nella sua mente .
In base alla propria esperienza, ciascuno di noi attribuisce un significato alla parola amore e la relazione – non necessariamente intima – è il territorio in cui sperimentiamo i risultati del tipo di amore che abbiamo ricevuto da bambini. Ripetiamo il modello relazionale che abbiamo assorbito e che si è impresso al nostro interno in tutte le relazioni, ma quella in cui abbiamo maggiori opportunità di rivivere lo schema affettivo con cui siamo cresciuti è sicuramente la relazione intima.
L’avere ricevuto un’educazione distorta all’amore, da genitori inconsapevoli che mettevano in atto solo ciò che avevano a loro volta ricevuto, ci porta a confondere l’amore con cose che non ne hanno nulla a che fare. Se sono affamata d’amore, perché da bambina non sono stata sufficientemente vista e accudita, probabilmente lo mendicherò convinta di non meritarlo. E lo farò con strumenti diversi, in base a ciò che ho imparato. Potrò usare la seduzione e la sessualità come strumento di conquista, convinta che entrare subito in intimità con un altro mi assicuri il suo amore. Oppure rivestirò il ruolo materno di chi si occupa del suo compagno come un figlio, accudendolo, ascoltandolo, supportandolo e mettendo da parte i miei bisogni come solo una madre può fare.
Sono tante le dinamiche che si possono instaurare in coppia, ognuno potrebbe raccontare la propria. In molti casi si tratta di meccanismi disfunzionali, che non portano ad un sano equilibrio tra intimità e identità e che spesso sono fonte di incomprensione, fine del dialogo e rottura del rapporto.
A volte inconsapevolmente proiettiamo sul partner le aspettative che avevamo verso il genitore di sesso opposto e tentiamo di ricreare il conflitto con questa figura genitoriale nel tentativo di risolverlo. In altri casi cerchiamo con ogni stratagemma di estorcere ai nostri partner ciò che non abbiamo ricevuto dai genitori, ponendoci in una posizione filiale anziché paritetica.
Il malinteso di base da cui dovremmo disintossicarci è che l’amore si debba meritare facendo qualcosa di speciale o essendo speciali, in ogni caso diversi da ciò che siamo. Il secondo malinteso è che l’amore debba esserci concesso dall’altro.
L’essere umano ha diritto di essere amato così com’è, senza dover fare nulla di straordinario e la ricerca spasmodica dell’amore si ferma nel momento in cui nasce l’amore per se stessi. Se mi amo, mi rispetto, mi stimo, mi apprezzo, ho fiducia in me, non ho “bisogno” urgente di riceverlo dall’altro. Se l’altro mi ama, mi rispetta, mi stima, mi apprezza, ha fiducia in me, mi sento in sintonia e ne sono felice. Se però non accade, mi dispiaccio, soffro ma non la vivo come la fine del mondo.
Quando raccontiamo a noi stessi di non sentirci amati dall’altra persona, entriamo in crisi perché demandiamo all’amore dell’altro il riconoscimento del nostro valore. Vi sono familiari frasi come: “cosa avrà quella/quello che io non ho?” oppure “non capisco dove ho sbagliato”, “se io fossi stato più così e meno colà lui/lei sarebbe rimasto”? Ma è possibile che siamo così accecati da non capire che se un uomo o una donna ci ha lasciato non è perché in noi c’è qualcosa che non va? Ci possono essere mille ragioni ma non quella che siamo noi quelli “sbagliati” che non meritano amore.
Altro aspetto che non consideriamo: che tipo di amore diamo noi all’altro? Accontentarlo sempre o essere come lui/lei ci vorrebbe, significa amarlo? Dargli sempre ragione, sopportare i tradimenti, l’egoismo, le assenze, significa amarlo? Mettersi nella posizione del mendicante che chiede continue conferme d’amore, significa amarlo?
Queste sono tutte domande che mi sono fatta io negli anni quando stavo all’interno di una relazione che tutto era tranne che d’amore. Ho smesso di soffrire per amore, una sera che mi sono sentita per l’ennesima volta non accettata e compresa (questa era la mia percezione) e mi sono detta: non ti preoccupare se lui non ti accetta lo faccio io. Per me vai bene così come sei e non mi importa di quello che dice lui. Questa consapevolezza profonda può cambiare la nostra vita in un istante.
Non passò molto tempo, quello che doveva essere un semplice test per iniziare il mio percorso di discernimento religioso si trasformò in una frequentazione a tutti gli effetti. Non avendo incontrato per anni un uomo con cui avevo sentito di iniziare una relazione, avevo semplicemente smesso di desiderarlo. Dopo i 40 anni ero riuscita a reprimere il bisogno di intimità a tal punto che mi ero convinta di averlo cancellato, soppresso, distrutto.
Ricordate la favola della volpe e l’uva? Inconsapevolmente ero come la volpe che non è riuscita a raggiungere il succoso grappolo di uva e dice a se stessa: non mi interessa, è acerba!
Come la piccola volpe, avevo detto a me stessa che non mi interessava più una relazione d’amore perché avevo trovato nell’amore di Dio tutto ciò che mi serviva. Cosa che in sé non è impossibile. Se la mia “vocazione” fosse stata autentica, andare a cena con un uomo non avrebbe cambiato in nessun modo la mia destinazione. E invece ero talmente affamata d’amore che quell’incontro risvegliò in me tutti i “sogni” e i “desideri” abbandonati. Se sei in mezzo al deserto e stai morendo di sete, ti può succedere di avere allucinazioni e qualunque cosa abbia una parvenza di acqua… tu la bevi.
Chi fosse interessato a leggere il libro, lo trova su Amazon al seguente Link

